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La pizzaterapia

La pizzaterapia:
arteterapia come ausilio nella formazione professionale di persone con Sindrome di Down di Rosalba Semeraro (psicologa, arteteraputa); Presidente associazione Grafemi  di Pavia.
Coordinatori del progetto: Teodoro Piscopiello direttore ECIPA di Brindisi, Angela Gatti tutor del progetto ECIPA.
Partner: AIPD sez. brindisi

Introduzione
Anni fa, durante una lezione che Loredano Lorenzetti teneva ad Urbino (dove insegna psicologia nell’arte) egli disse: <<Se una madre passa il pomeriggio col figlio disabile a fare la pizza, possiamo parlare di pizzaterapia?>>.
La domanda tradisce una sacrosanta preoccupazione, per l’insana abitudine diffusa sul territorio nazionale, di  considerare una qualsiasi attività ludica con soggetti fragili una terapia o ancor più specificamente una forma di  arteterapia.
Esiste tuttavia almeno una situazione in cui, con una licenza speciale e su un fondale decorato di sana ironia, possiamo parlare di pizzaterapia: il corso per ‘Panificatore e pizzaiolo’ rivolto prevalentemente a  soggetti con Sindrome di Down, organizzato da un ente di formazione professionale di Brindisi nel corso del 2010 (fig.1).


Figura 1
In ordine da sinistra: in primo piano Luca, poi Stefano e Ida, sono alcuni degli allievi del corso ‘Panificatore e pizzaiolo’ organizzato dall’ECIPA di Brindisi nel corso del 2010.

Il progetto
Descrizione
Il progetto nasce da un’idea di Teodoro Piscopiello, vulcanico direttore dell’ECIPA (Ente Confederale di Istruzione Professionale per l’Artigianato e le piccole e medie imprese) che mette a punto, insieme ad una serie di validi colleghi e collaboratori, un corso di formazione denominato “Panificatore e pizzaiolo” volto all’introduzione, in ambito lavorativo, di soggetti disabili che abbiano raggiunto la maggiore età.
In particolare gli utenti risultano, per la maggior parte, portatori di una Sindrome di Down declinata in vari gradi di abilità sia cognitive che mortorio-sensoriali che relazionali.
Partner del progetto risulta essere l’Associazione Persone Down di Brindisi.
Obiettivi strategici del progetto sono la  promozione e il sostegno di  politiche utili all’acquisizione di competenze professionali da parte di persone in condizioni di svantaggio sociale e di grave rischio di esclusione sociale; permettere la loro integrazione nella comunità di appartenenza, offrire un sistema di  supporto ai loro carers.
Obiettivo sovraordinato risulta essere la costruzione di un percorso di formazione che consenta un reale inserimento lavorativo degli utenti e per questo l’obiettivo primo indicato nel progetto è: <<fornire le basi per un addetto professionale che sappia eseguire le diverse preparazioni utilizzando attrezzature e macchinari propri di un forno sulla base di conoscenze delle materie prime utilizzate nel settore della panificazione, dei differenti metodi di conservazione, manipolazione e trasformazione delle medesime per la realizzazione dei diversi elaborati e le varie tecniche di lavoro per la preparazione di dolci, pani e pizze e della normativa nel campo dell’igiene e del lavoro.>> (fig.2).


Figura 2
Preparazione di biscotti durante lo stage del corso. Michela si occupa delle decorazioni.

L’arteterapia
Accanto all’acquisizione delle competenze specifiche che attengono strettamente alla futura attività lavorativa degli utenti, l’iter formativo contempla l’acquisizione di competenze di ordine generale, e cioè organizzative, relazionali e strategiche.
Ciò che rende particolarmente interessante l’intero progetto è appunto la grande importanza che in esso riveste tutta l’attività preliminare di acquisizione e potenziamento delle abilità relazionali; del senso di autoefficacia di ognuno; dell’individuazione, formulazione e rispetto di regole di condivisione.
Sappiamo bene che il lavoro come mezzo di riabilitazione o reinserimento sociale non è certo un’idea nuova, è alla base di tutta l’ergoterapia che ha portato all’attuale definizione di terapia occupazionale: <<La terapia occupazionale è una professione che concerne la promozione della salute e del benessere attraverso l’occupazione. L’obiettivo principale è abilitare le persone alla partecipazione delle attività di vita quotidiana>> (World Federation of Occupational Therapists, WFOT).
Il progetto dell’ECIPA tuttavia non è un lavoro strettamente ergoterapico poiché la sua valenza terapeutica è un epifenomeno (ma non per questo meno pregnante) all’interno di un percorso il cui asse portante è l’idea che i soggetti con disabilità possono -e devono per coscienza civica- essere considerati una risorsa e non un  peso per la comunità di cui fanno parte.
L’ottica meramente assistenzialistica nei confronti di soggetti che hanno abilità da vendere nei più svariati settori della vita va superata e sostituita con un piano di impiego e potenziamento delle loro risorse.
E’ necessario, tuttavia, partire da un preliminare lavoro di integrazione sociale e di potenziamento del senso di self-efficay in soggetti che sono divenuti adulti inseguiti dallo stigma della inabilità tout court.
E’ per questo che il piano formativo del progetto parte da attività quali l’orientamento ed i laboratori di accompagnamento in aula che prevedono specifiche attività di artiterapie.
Già il lavoro di monitoraggio delle abilità e delle motivazioni di ogni partecipante viene effettuato attraverso laboratori espressivi e questa fase diventa quindi non solo osservazionale ma anche fase preliminare per l’intero progetto in cui si gettano le basi per la costruzione del gruppo.
Affinché un insieme di persone divenga gruppo, infatti,  è necessario che si stabiliscano elementi di coesione fra i suoi membri che non siano solo di natura estrinseca, legate per esempio ad un obiettivo dato, ma che siano di natura intrinseca per far si che i partecipanti siano mossi da istanze di natura affettiva e sociale.

Metodi
Abbiamo scelto di lavorare in primis sulla percezione della identità corporea e al contempo sulla capacità di riconoscere spazio e natura al corpo dell’altro.
Il lavoro proposto consiste nell’invitare a comporre delle coppie in cui, un elemento della coppia si sdraia su grandi fogli bianchi, mentre l’altro ne disegna la sagoma.
Nella fase successiva entrambi sono invitati al riempimento della sagoma, con strumenti e modalità libere (figg.3, 4).
Si osserva, in questa fase, una varietà di comportamenti che regala agli operatori informazioni preziose circa il grado di disponibilità al lavoro condiviso, le abilità manuali e di coordinamento, lo stato d’animo con cui ognuno affronta il compito o la capacità di cooperazione che ciascuno manifesta spontaneamente.


Figura 3
Sagoma corporea 1: si nota il diverso stile di esecuzione dell’opera fra parte destra e parte sinistra (realizzata dai due componenti la coppia) in cui la prima appare meno variegata nelle scelte cromatiche, con contorni ben definiti; mentre la parte destra è meno accurata nei contorni, con la mano colorata in maniera frettolosa, più variopinta e nel complesso più ‘mossa’.


Figura 4
Sagoma corporea 2: entrambi i  soggetti hanno contribuito in egual misura al completamento della sagoma scambiandosi spesso di posto o passandosi i  pennarelli a vicenda, il lavoro appare , nel complesso, più  omogeneo rispetto al precedente.

 

L’analisi formale dei lavori, inoltre, offre ulteriori informazioni circa l’accuratezza, la capacità di concentrazione, la gestione dell’attenzione da parte di ognuno.
In un incontro successivo sono stati monitorati sia il grado di coordinamento visuo-motorio che le capacità di processamento delle informazioni attraverso una serie di compiti che richiedevano la disposizione guidata di una set di sagome (fig.5).


Figura 5
Il materiale utilizzato per il monitoraggio del coordinamento visuo-motorio e il processamento delle informazioni.

 

Come si può facilmente dedurre osservando la figura in alto, ad ognuno viene richiesto di processare due tipi di informazione per strutturare una composizione data: colore e forma.
Per il primo parametro abbiamo cinque variabili (nero, rosso, giallo, verde, azzurro) mentre per il secondo due (quadrato, cerchio).
Il lavoro è svolto in aula,  tutti siedono attorno a due grandi tavoli e ad ognuno viene affidato un compito per volta,  a difficoltà crescente.

Ciascuno partecipa al lavoro con molta concentrazione e con vario grado di soddisfazione, circondato da cerchi e quadrati colorati che hanno funto da stimolo per attività anche diverse da quelle suggerite dal compito.
Particolarmente interessante è risultata la fase preliminare del lavoro: Ida ha impilato in ordine per colore e forma tutte le sagome a sua disposizione; Stefano le ha ordinate per colore, tralasciando la forma; Michela le ha disposte attorno al suo foglio prima di incollarle; Floriano non si è curato di sistemare le sue in alcun modo e ha chiesto ai compagni quelle che di volta in volta gli servivano.
In questo seconda fase della tappa preliminare del progetto sono emerse in maniera più chiara indicazioni circa la maniera di affrontare un compito, le reazioni di fronte a difficoltà cognitive, la capacità di chiedere aiuto e collaborazione e la disponibilità ad offrirne.
Oltre alla qualità del lavoro svolto in termini di aderenza rispetto alle indicazioni offerte, abbiamo monitorato i tempi di applicazione e il numero di elaborati prodotti, ne è emerso un quadro piuttosto diversificato ed il profilo di ognuno comincia a definirsi con maggiore chiarezza.

Le informazioni raccolte con i mezzi delle arti visive, integrati con test di fluenza verbale, dati derivanti da colloqui con i parenti e da riunioni di equipe, fra formatori e tutor del progetto, hanno permesso la compilazione di un profilo individuale (tab.1) che va letto come un insieme di indicazioni da tener presente durante la fase di formazione professionale, per poter porre obiettivi realistici relativi ad ogni allievo, evitare compiti frustranti per ognuno tentando, allo stesso tempo, di mettere a frutto tutte le potenzialità sia delle singole persone che del gruppo e fare i conti con le aspettative (e le disillusioni) di genitori e carers.

In parallelo, rispetto alla fase di monitoraggio delle competenze individuali,  sono stati attivati laboratori di libera creatività gestiti da Lavinia Tupone (fig.6) e laboratori di artemovimentoterapia curati da Stefania Savarese (figg. 7, 8, 9).
Entrambe le esperienze hanno consentito una rapida costruzione di un forte senso di appartenenza al gruppo e una capacità di  collaborazione fra tutti i suoi partecipanti che è stata una delle cifre distintive dell’intero percorso formativo.

Figura 6
Laboratorio di libera creatività condotto da Lavinia Tupone (la seconda da sinistra).

Mi pare importante sottolineare che il ricorso alle tecniche espressive non ha riguardato solo la fase preliminare del progetto ma ha interessato, in modi diversi,  tutte le tappe dello stesso (figg.10, 11) poiché quasi tutti i formatori hanno scelto e privilegiato metodi  di insegnamento basati su materiale grafico-pittorico al fine di sfruttare un doppio canale di apprendimento (quello semantico e quello visuo-spaziale). Nella scelta delle modalità didattiche da impiegare, infatti,  si è tenuto conto dei suggerimenti tratti dalla letteratura scientifica sui metodi di insegnamento più adatti ad una popolazione con le caratteristiche degli allievi.
In questo modo le lezioni non appaiono quasi mai faticose o monotone e le nozioni e le informazioni da apprendere vengono memorizzate in maniera più efficace, tutto ciò ha facilitato il passaggio alla fase successiva del progetto, quella dell’acquisizione delle competenze specifiche nel campo della produzione di prodotti da forno, mirabilmente condotta dal maestro Giancarlo Cucinelli (fig.12) e i suoi collaboratori.


Figure 7, 8 ,9
Stefania Savarese (al centro nella fig. 7) conduce le attività di danzamovimentoterapia ‘Tutti come Stefania’

Figure 10, 11
Le lezioni di Scienze dell’alimentazione condotte da Sabina Rubini (nella fig. 11 con Stefano) con l’ausilio di tecniche del collage, disegno e pittura.

 

 


Figura 12
Giancarlo Cucinelli (il primo a sinistra) artigiano panificatore, responsabile della parte pratica del corso e tutor aziendale, con Luca e Michele.

Conclusioni
Come già accennato il corso di ‘Panificatore e pizzaiolo’, nonostante sia rivolto a soggetti con delle fragilità, non nasce come un progetto di riabilitazione sociale basato sulle terapie occupazionali ma come un processo finalizzato al reale inserimento lavorativo dei partecipanti;  le attività espressive utilizzate durante l’iter formativo, pertanto, vanno inquadrate come un lavoro preliminare rispetto all’obiettivo sovraordinato.
Mi pareva interessante, tuttavia, sottolineare come l’impiego delle artiterapie (intese in senso lato) pur essendo a completamento di un progetto che ha obiettivi e metodi  suoi propri, possa divenire un veicolo non solo di facilitazione didattica ma anche di potenziamento di una serie di condizioni che concorrono in maniera determinante alla buona riuscita dell’intero programma.
Se si guardano i dati relativi al drop out, alla frequenza e alla valutazione finale che ogni allievo ha ricevuto da parte dell’intero corpo dei formatori, tutto il progetto si mostra efficace e con pochi limiti evidenziabili:
gli iscritti all’avvio del corso erano tredici, in tre casi non vi è stata alcuna frequenza poiché gli utenti, residenti fuori sede, non hanno potuto fruire di un pubblico servizio di trasporto.
Gli allievi che hanno seguito il corso sin dall’inizio hanno accumulato una percentuale di assenze molto bassa (dai dati elaborati da Cinzia De Fazio, tirocinante presso l’ECIPA, emerge un range dal 3,33% al 12, 67%) ciò è dipeso sia dall’entusiasmo e dalla convinzione con cui ogni utente ha seguito l‘intero corso di formazione sia dalla grande disponibilità dei familiari e dei caregiver che si è manifestata sin dalle prime fasi di attivazione del programma di formazione.
Il progetto si è concluso con due giornate in cui si sono svolti gli esami: la prima giornata ha visto gli studenti impegnati in prove legate ad argomenti teorici fra cui informatica, norme igieniche, ciclo produttivo; nella seconda giornata la prova pratica ha acquisito l’irresistibile profumo di biscotti, pane e focacce.
A riprova di quanto ognuno degli allievi sia entrato nell’ottica di diventare un efficiente professionista della panificazione cito un breve dialogo fra me e Stefano:
R:Hmmm che profumino e che bell’aspetto hanno queste focacce.
S: Se vuoi ti vendo la mia.
R: Davvero? Non ti dispiace?
S: Tre euro prego, nel nostro forno io lavorerò alla cassa!

Ho pagato e ho goduto di una delle migliori focacce al pomodoro della città!

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